7 segnali che indicano che tuo figlio sta perdendo fiducia nello sport

Quali sono i segnali che indicano che tuo figlio/a sta perdendo fiducia nello sport?

 

Ogni giovane atleta – maschio o femmina – prima o poi, attraversa momenti difficili.

Una gara andata male, una serie di errori di troppo, un rigore decisivo sbagliato, una panchina pesante e inattesa o, semplicemente, il confronto costante con compagni (o compagne) considerati più bravi di tuo figlio, possono minare, giorno dopo giorno, la fiducia nel ragazzo/a.

  • Il vero problema è che raramente tuo figlio/figlia ti dirà apertamente: «Papà, mamma, sto perdendo fiducia nelle mie capacità. Non ce la faccio più».

I ragazzi non funzionano così. Hanno orgoglio, paura di deluderci, timore di sembrare deboli.

Ricordo ancora oggi la prima volta che ho fatto un esercizio di allenamento mentale con Seba, il mio primogenito. Aveva smesso di praticare nuoto agonistico ed era andato a calcio. Quanti anni erano passati: cinque, sei, sette? Forse di più…

  • Eppure avrebbe potuto lavorare con me sin dal primo giorno che è sceso in acqua. Ma il suo mantra era: “Posso farcela da solo”. Ed io l’ho rispettato sino a quel giorno che mi ha chiesto di aiutarlo ad avere più grinta in campo.

Mio figlio non è diverso dal tuo o da quello di qualsiasi genitore che leggerà questo articolo e blog. I ragazzi sono orgogliosi e pensano sempre di potercela fare da soli. Dunque, non ti chiederà aiuto.

Ma ecco una bella notizia per te genitore: molto spesso la perdita di autostima e di fiducia non passa dalle parole: si comunica attraverso comportamenti, silenzi e piccoli cambiamenti di atteggiamento quotidiano.

Cambiamenti che puoi tenere sotto controllo. Monitorare.

Se tieni al suo percorso e al suo benessere, ecco sette segnali d’allarme che meritano tutta la tua attenzione di papà o mamma.

 

Premessa

Caro genitore, prima di darti il mio punto di vista, come sempre, una precisazione importante:

  • Non sono uno psicologo.

  • Neppure psicoterapeuta o pedagogista.

Io non sono laureato e quello che leggerai qui sotto è solamente il mio personalissimo punto di vista, forte di due esperienze diverse: quella di papà di Seba e Mattia (che in passato hanno praticato nuoto agonistico e poi calcio) e di mental coach con oltre venti anni di esperienza.

 

Genitori e figli nello sport
Nella foto Seba, quando giocava a calcio

 

1. Tuo figlio/a non parla più dello sport

Fino a poco tempo fa la macchina, al ritorno dagli allenamenti, dalle partite o gare, era un festival di racconti: azioni, gol, sfide, risate con i compagni.

Non riuscivi a farlo smettere, tanto era eccitato  nel raccontarti le cose. Poi qualcosa è cambiato e giorno dopo giorno è diventato/a sempre più silenzioso.

  • Ora, invece, risponde a fatica con monosillabi: «Tutto bene», «Sì», «Normale».

Quando uno sport smette di essere una fonte di entusiasmo e si trasforma in un argomento tabù, spesso è perché qualcosa si è spento dentro.

Ed è lì che devi cominciare a porti la domanda: “Che cosa è cambiato?”. Perché qualcosa, deve essere cambiato per forza. Prima te ne rendi conto, meglio è per tuo figlio/a.

 

2. Il ragazzo/a ha paura di sbagliare

Lo vedi in campo: comincia a giocare “trattenuto”. Non prova più la giocata rischiosa, non punta l’avversario, non osa. Passa la palla subito per sbarazzarsene.

La stesa cosa accade se pratica uno sport individuale:

  • Non osa più come prima.
  • Non ha la stessa grinta.

Preferisce la mediocrità del “non errore” al brivido del tentativo, perché ha terrore del giudizio severo degli altri e, soprattutto, del proprio.

Sappi, caro papà o mamma, che spesso, è del tuo che ha paura.

Sono cattivo nel dirti questo? No. Realista. Il mio compito è educare. Aprirti gli occhi (metaforicamente parlando). E se per farlo devo dirti qualcosa che non ti piace, lo farò.

 

Qual è il ruolo dei genitori nello sport? Giancarlo Fornei risponde ad un papà..
Le domande dei genitori di giovani atleti

 

3. Si paragona continuamente agli altri

  • «Marco è più forte di me», «Io non sarò mai bravo come lui».
  • «Carla è più agile di me», «Non riuscirò mai a fare l’esercizio alla trave come lei».
  • «Ma hai visto i miei compagni come sono più bravi di me?», «Non riuscirò mai ad entrare nella formazione titolare».
  • «Ma hai visto le mie compagne come sono grandi?»,«Io sono mingherlina e bassa».

Queste sono alcune frasi che ho raccolto negli anni, realmente dette da giovani atleti. Anche tuo figlio/a dice qualcosa del genere?

Quando il confronto con i compagni di squadra o di società diventa un metro di misura costante e impietoso, l’autostima non cresce: si contrae, si rattrappisce. Smette di guardare alla sua unicità e vede solo i meriti altrui.

Questa è linguistica e non mi stancherò MAI di dire quanto sia importante in ogni atleta. Giovane e non. Nel mio libro “Come allenare la mente a vincere nello sport” ho dedicato l’intero capitolo n*5 e nel mio ultimo libro “Gestione delle emozioni nello sport” addirittura tutto il primo capitolo.

Sono riuscito a farti comprendere quanto sia importante che tuo figlio/a impari a “parlarsi” bene?

 

4. Comincia a diventare troppo severo con sé stesso/a

Un errore tecnico normale, che capita a chiunque in qualsiasi disciplina, diventa una tragedia greca. Sbuffa, si infuria da solo/a, si critica aspramente a fine azione. Si colpevolizza oltre misura, come se ogni singolo sbaglio definisse il suo valore totale come persona, prima ancora che come atleta.

  • Quel momento è silenzioso ma devastante. Il ragazzo o la ragazza smette di correggere la tecnica e comincia a fare a pezzi la propria autostima.

Ma la verità — e chi fa coaching lo sa bene — è che la prestazione non è la persona. Quell’errore tecnico è solo un dato di fatto, un feedback neutro che dice semplicemente: “C’è qualcosa da aggiustare, da rivedere o da allenare meglio”.

  • Non dice che il ragazzo/a vale meno.
  • Non dice che è scarso/a.
  • Non dice che non ce la farà mai.

Dice solamente che qualcosa va sistemato. E tu, come genitore (ma a dir la verità anche l’allenatore) puoi aiutarlo a ricostruire la fiducia in se stesso/a.

 

Un esercizio pratico in 4 step

 

5. Va agli allenamenti senza entusiasmo

Ci va perché deve andarci. Perché c’è l’orario da rispettare, perché c’è l’impegno preso con la squadra o con te. Ma manca la scintilla. Non c’è più la voglia di arrivare prima o di fermarsi cinque minuti in più a tirare in porta.

E la differenza, fidati, si vede immediatamente negli occhi.

Quando Seba e Mattia decisero di smettere di andare in piscina, non ce lo dissero a parole. A me e a Paola (mia moglie) arrivò un messaggio dal linguaggio del loro corpo:

  • salivano in macchina a testa bassa;
  • nel tragitto da casa in piscina non parlavano quasi mai;
  • si cambiavano nello spogliatoio con molta lentezza, in modo da essere sempre gli ultimi a tuffarsi in piscina;
  • non andavano più alle gare con lo stesso entusiasmo.

Dopo un paio di settimane così, Paola ed io ricevemmo il messaggio e dopo una chiacchierata a 4, si decise di ritirare i bambini da nuoto e di mandarli a calcio (scelto da loro).

Questo non vuol dire che anche tuo figlio/a vorrà cambiare sport, ma certamente è un segnale di disagio che devi ascoltare.

 

6. Parla spesso di smettere

All’inizio magari lo fa solo per provocazione, o nei momenti di rabbia più acuta dopo una sconfitta. Ma quando la frase «Basta, io mollo tutto» comincia a ripetersi con una certa frequenza, non è più uno sfogo estemporaneo: è un campanello d’allarme che grida aiuto.

Dire a tuo figlio/a frasi fatte come (“Ma dai, ti impegni così tanto“, “Pensaci bene prima di buttare tutto all’aria“) serve solo a costruire un muro. Ai ragazzi non servono prediche, ma uno spazio sicuro in cui sentirsi ascoltati senza il timore di deludere.

Un buon genitore si siede con suo figlio/a e pone le domande giuste:

  1. “Ma a parte i risultati, le gare o i voti del mister… dimmi la verità: ti ricordi qual è la cosa che ti faceva divertire di più quando hai iniziato?”
  2. “Ascolta, ho notato che ultimamente lo sport ti pesa parecchio. È la fatica degli allenamenti, è il rapporto con qualcuno in squadra, o c’è qualcos’altro che ti sta girando per la testa e ti toglie le energie?”
  3. “Ho notato che quando le cose non vanno come vorresti ti arrabbi tantissimo con te stesso/a. Ti va di dirmi cosa ti dici nella tua testa in quei momenti?”
  4. “Qualunque decisione tu prenda — che tu decida di continuare stringendo i denti o di smettere — io sono dalla tua parte. Voglio solo sapere: tu, cosa faresti se sapessi per certo che io non ci rimarrei male?”

Queste sono domande intelligenti da fare. Queste sono domande che “aprono” il ragazzo/a e lo fanno parlare.

E quando gli fai queste domande, per favore: ascolta e basta.

Resisti alla tentazione di dare soluzioni o di fare la morale nei primi trenta secondi. Lascia che il silenzio faccia il suo lavoro: spesso la risposta vera arriva dopo una pausa imbarazzante, quando il ragazzo o la ragazza capisce che non stai cercando di contraddirlo, ma di comprenderlo davvero.

 

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7. Non riesce più a vedere i propri miglioramenti

Infine, c’è un ultimo segnale che puoi e devi prendere in considerazione. Quando qualunque risultato ottenga, per lui/lei non è mai abbastanza.

Se fa una buona prestazione, si concentra sull’unico errore commesso. Vede solo ciò che manca, i suoi difetti, i suoi limiti. Ha completamente smesso di godersi il viaggio e di riconoscere ciò che sta costruendo giorno dopo giorno.

Del resto è tipico dell’essere umano: focalizzarsi solamente su quello che manca e mai su quello che, di buono, ha.

 

Non è detto che questi sette segnali appaiano tutti e contemporaneamente. Ma certamente quando ce ne sono almeno due o più, devono farti riflettere e portarti a porre delle domande.

Sei quasi in chiusura di questo lungo articolo, quasi un tutorial. Voglio che tu sappia che una sana autostima è un superpotere che permette a bambini e adolescenti di affrontare le sfide della vita senza crollare al primo ostacolo.

In Italia mi considerano un esperto del settore e c’è un motivo: ho scritto e pubblicato una marea di articoli che trattano l’argomento autostima bambini e adolescenti, clicca sul link accanto e visita quest’altro mio blog.

 

L’autostima di tuo figlio nello sport dipende anche da te? Sì, l’autostima e la tenuta mentale di un figlio nello sport dipendono in grande misura dal supporto emotivo e dall’atteggiamento di entrambi i genitori…

 

Una riflessione per i genitori

Forse hai letto i miei libri (ne ho pubblicati 18) e ascoltato i miei podcast. O forse, mi scopri solamente oggi per la prima volta. Ma fidati di me: l’autostima sportiva non si perde in un giorno.

Non c’è un interruttore che scatta all’improvviso. Si spegne lentamente. Giorno dopo giorno.

Come una lampadina che fa sempre meno luce ogni giorno che passa, a causa della polvere accumulata dalle aspettative, dalle pressioni e dalla paura di non essere all’altezza.

Il compito di un genitore non è sostituirsi all’allenatore facendo la ramanzina tecnica negli spogliatoi o durante il viaggio di ritorno (ci ho pubblicato sopra un piccolo ebook, vallo a leggere – oppure leggi il report gratuito che puoi scaricare a fine articolo).

  • Il vero ruolo di mamma e papà è molto più profondo: aiutare il figlio a ricordarsi quanto vale anche, e soprattutto, quando lui per primo ha smesso di crederci.

Forza amico mio, amica mia, puoi farcela. Puoi diventare un genitore decisamente migliore di me. Devi solo impegnarti un pochino a capire e comprendere meglio tuo figlio/a. E tutto passa dalla capacità di ascolto.

 

Un esercizio pratico: La regola dei tre mattoni

Voglio lasciarti uno strumento semplice, concreto e immediato che puoi applicare già da stasera, durante il tragitto in macchina verso casa. Si chiama La regola dei tre mattoni.

Quando tuo figlio/a sale in macchina dopo una partita o un allenamento difficile, evita le classiche domande prestazionali («Come è andata?», «Hai vinto?», «Perché hai fatto quell’errore?»). Fai invece questo:

  1. Il mattone positivo: Prima di dire qualsiasi altra cosa, chiedigli di evidenziare una sola cosa positiva che sente di aver fatto in campo, anche piccolissima (un recupero, un passaggio corretto, un atteggiamento di squadra).

  2. Il mattone di crescita: Chiedigli quale lezione si porta a casa da quell’allenamento o da quella sconfitta, trasformando l’errore in un’esperienza di apprendimento.

  3. Il tuo mattone di valore: Chiudi tu, ricordandogli un suo talento o una sua qualità caratteriale che prescinde totalmente dal risultato sportivo di oggi.

Questo piccolo rituale sposta l’attenzione dal voto alla crescita, spegne l’ansia da prestazione e riaccende quella lampadina che rischiava di spegnersi.

Grazie di essere arrivato/a sino qui.

Lasciami un commento al post o scrivimi a info@giancarlofornei.com ti risponderò sempre e personalmente.

Un forte abbraccio

Giancarlo Fornei

 

PS: lo so, i miei esercizi sono spesso banali. Troppo semplici. Non emettono effetti speciali. Ma ri-fidati di me: funzionano. E sai perché funzionano? Proprio perché sono semplici da mettere in pratica.

PS2: scarica gratuitamente la mia Checklist Pratica: Il Rientro in Auto

 

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