L’autostima di tuo figlio nello sport dipende anche da te? Come il supporto dei genitori crea giovani atleti forti e sicuri
L’autostima di un giovane atleta dipende anche dai genitori?
Cara mamma o caro papà che mi segui da questo mio blog. Mi hanno posto questa stessa domanda una marea di volte e la mia risposta è sempre stata (e sempre sarà) la stessa. Sì!
«Sì, l’autostima e la tenuta mentale di un figlio nello sport dipendono in grande misura dal supporto emotivo e dall’atteggiamento di entrambi i genitori.»…
Il comportamento dei genitori prima, durante e dopo una gara influenza direttamente la sicurezza, la gestione dell’ansia da prestazione e la motivazione del giovane atleta. Un genitore che valorizza l’impegno anziché il solo risultato aiuta il figlio a sviluppare una mentalità vincente e resiliente, sia nello sport che nella vita.
- Su questo aspetto ho creato una puntata del Podcast molto interessante, chiamata “Come elogiare i figli nello sport senza creare ansia“, appena hai finito di leggere questo articolo, valla ad ascoltare.
Chi è il primo mental coach di tuo figlio?
Quando un ragazzo o una ragazza scende in campo — che si tratti di calcio, equitazione, golf, tennis, nuoto, atletica, basket, arti marziali o ginnastica — non porta con sé soltanto la preparazione fisica e l’attrezzatura sportiva.
Porta in campo la percezione che ha di se stesso, ovvero la propria autostima.
Molti genitori pensano che la preparazione mentale e la fiducia di un atleta dipendano esclusivamente dall’allenatore o dai compagni di squadra. La realtà è diversa: il primo e più influente “mental coach” di un giovane atleta è il genitore a casa e sugli spalti.
- Se tu cara mamma che stai leggendo.
- O tu caro papà che cerchi informazioni nei miei blog.
Siete entrambi voi genitori, mamma e papà del giovane atleta. Ma vi rendete conto di quanto sia importante la vostra figura?
PS: un piccolo consiglio: occhio alla “Sindrome del Super Genitore” che affligge molti papà e mamme.
Il “debriefing da auto” e la pressione del risultato
L’errore più comune commesso dai genitori in buona fede avviene nel tragitto di ritorno a casa dopo una gara o un allenamento (cosa dire e cosa non dire a too figlio nello sport).
- Farne un’analisi dettagliata chiedendo subito: “Perché hai sbagliato quel passaggio?” oppure “Perché l’allenatore ti ha sostituito?”, sposta l’attenzione del ragazzo dal piacere dello sport all’ansia del giudizio.
Io ho commesso moltissimi errori nella mia vita. Paola, la mia dolce metà, ti potrebbe fare un elenco dei miei errori e fallimenti e, mettendoli in fila, parto da Carrara (dove sono nato e ancora abito), vado a Milano, torno indietro e passo dalla bellissima Ragusa e nuovamente a Carrara.
Ti rendi conto di quanti errori ho commesso?
Dunque non sono un genitore modello e neppure un uomo perfetto (la senti la vocina di Paola in sottofondo che afferma: esattooooo?).
Eppure, in qualche modo, non mi sono MAI permesso di dire a Seba o a Mattia, frasi di quel tipo. O di metter loro addosso la pressione del risultato. Non so come abbia fatto, ma avevo già capito all’epoca che quella non era la strada migliore da percorrere.
Vedi amica mia (o amico mio se sei un maschietto come me). Quando la presenza dei genitori sugli spalti viene percepita come un esame, l’atleta smette di giocare con creatività e leggerezza e inizia a giocare per non sbagliare.
La paura dell’errore diventa così il freno principale al suo sviluppo agonistico e personale.
- La paura “uccide” metaforicamente le persone.
- Le imbriglia.
- Le blocca.
Una delle cose che NON devi MAI fare è inculcare in tuo figlio (o nel tuo atleta se sei un allenatore) la paura di sbagliare.
Separare il valore della persona dal risultato sportivo
Per costruire un’autostima solida, un giovane atleta deve comprendere un principio fondamentale: il risultato di una gara o un errore in campo non definiscono il suo valore come persona.
Ricordo come se fosse ieri quando Mattia – il mio secondo genito – praticava nuoto agonistico. Nelle piscine con sei corsie, il sesto posto era sempre il suo.
- Ma come potevo arrabbiarmi con lui?
Usciva dalla vasca, guardava in alto verso gli spalti e mi faceva un sorriso grande come una casa. A lui, del risultato, non fregava una beata mazza. Mica potevo arrabbiarmi, del resto l’impegno ce lo aveva messo tutto.
Ti ho raccontato questo mio piccolo aneddoto perché voglio che tu comprenda un passaggio importante: i genitori hanno il compito di lodare il processo — la disciplina, l’impegno, il rispetto delle regole e dei compagni — e non soltanto la vittoria.
Guarda che un ragazzo sostenuto per la propria dedizione sviluppa una forte resilienza e non teme le sconfitte, considerandole semplici tappe del proprio percorso di crescita.
- Questo principio vale oggi, per un giovane atleta.
- Che domani diventerà un atleta adulto.
- Che un giorno diventerà anche un uomo o una donna.
E un giorno, tuo figlio (o tua figlia) ti ringrazierà, perché avrai fatto un lavoro fantastico sulla sua personalità. Lo avrai aiutato a creare la sua corazza contro la paura.
L’importanza dell’esempio: l’emulazione
I giovani atleti apprendono più da ciò che vedono che da ciò che sentono. La reazione del genitore di fronte a un’ingiustizia arbitrale, a una sconfitta o a un momento di difficoltà insegna al figlio come gestire le frustrazioni.
- Ma anche a come comportarsi con le persone, nella società (non dimenticarlo mai).
Un genitore che colpevolizza gli altri o impreca dalla tribuna trasmette l’idea che la responsabilità dei propri risultati sia sempre esterna. Al contrario, un genitore sereno ed equilibrato insegna l’auto-responsabilità e l’autocontrollo.
Nel mio libro “Come Allenare la Mente a Vincere nello sport” ho inserito nelle pagine finali una raccomandazione agli allenatori del settore giovanile. Forse sei uno di loro, o forse sei solamente un genitore, ma se ti capita di leggere il mio libro, aprilo subito a pagina 137, vi troverai questo mini capitolo che considero importantissimo.
Perché un allenatore delle giovanili, prima di essere “allenatore”, deve essere GUIDA e MENTORE.
I ragazzi imitano. Fanno ciò che tu fai e non ciò che tu dici di fare. Dunque, sii un esempio da seguire. E, se me lo permetti, lo stesso consiglio vale anche per i genitori. Siate ESEMPI da imitare.
Tuo figlio vede ciò che fai e ascolta ciò che dici e se c’è incongruenza fra i due messaggi verbale e del corpo, non capisce cosa sia giusto o sbagliato. Va in confusione.
Se vuoi veramente imparare a comunicare bene e migliorare la tua capacità relazionale, ti invito a cliccare sul link qui sopra e visitare quest’altro mio blog. Vi troverai una marea di contenuti che ti aiuteranno a capire chi hai davanti e comunicare meglio.
3 azioni pratiche che ogni genitore può fare
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Sostituisci le domande sul risultato con domande sull’esperienza: Invece di chiedere “Hai vinto?”, prova a chiedere “Ti sei divertito oggi in campo?”.
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Normalizza l’errore: Ricorda a tuo figlio che l’errore è un passaggio obbligato per apprendere qualsiasi abilità sportiva. Ricordagli che vale anche a scuola e nella vita.
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Sii il suo rifugio sicuro, non il suo secondo allenatore: Lascia la tecnica e la tattica al tecnico; fai sentire a tuo figlio che il tuo amore e la tua stima per lui non cambiano in base alla classifica. Al risultato. Al piazzamento.
Spero che il mio articolo ti sia stato utile e se hai una domanda anche tu, scrivimi a info@giancarlofornei.com oppure lasciami un commento al post, ti risponderò sempre e personalmente.
Un forte abbraccio
Giancarlo Fornei
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