Genitori e sport giovanile: l’errore da non fare in tribuna
Per aiutare davvero tuo figlio nello sport, devi fare una sola cosa: il genitore, non il suo secondo allenatore. Separa il suo valore come persona dal risultato della gara. Il tuo compito non è correggere la tecnica o dare pagelle, ma offrire ascolto, supporto emotivo e uno spazio libero dove poter sbagliare.
Ricorda: a indicazioni e giudizi ci pensa il coach; tu pensa a fargli sentire che gli vuoi bene, qualsiasi sia il punteggio finale.
Caro genitore, quando tuo figlio fa sport, c’è una cosa che puoi regalargli che vale molto più di una medaglia.
- La tua presenza.
- Non la presenza di quello che sa sempre cosa deve fare.
- Non quella di chi, dalla tribuna, vede l’errore prima ancora che lo veda l’allenatore.
- E nemmeno quella di chi, tornando a casa, trasforma ogni partita in una pagella.
Parlo della presenza di un genitore che sa esserci senza prendere il posto di suo figlio.
Perché questa, secondo me, è una delle sfide più difficili per un genitore sportivo.
Come aiutare mio figlio nello sport senza trasformarmi nel suo allenatore?
Questa è una domanda importante che dovresti porti più spesso. E la risposta parte da un cambio di prospettiva a 360°. Tu sei suo padre, tu sei sua madre, non il suo allenatore.
L’unica cosa che dovresti dire a tuo figlio/a è:
“Gioca per divertirti. Divertiti qualsiasi sia il risultato. Papà/mamma, ti vuole bene indipendentemente dal fatto che tu vinca o perda”.
Tuo figlio non ha bisogno di un secondo allenatore
L’allenatore ha un compito. Tu ne hai un altro.
- L’allenatore deve allenare.
- Deve correggere.
- Deve dare indicazioni.
- Deve parlare di tecnica, tattica, prestazione e risultato.
Tu sei il genitore. E il tuo compito è molto più semplice, ma anche molto più importante: far sapere a tuo figlio che il suo valore non dipende da come è andata la partita.
- Ha giocato bene? Bene.
- Ha giocato male? Pazienza, va bene lo stesso.
- Ha segnato? Bravo! Festeggiamo.
- Ha sbagliato? Dai, ci sarà una prossima volta.
- Ha vinto? Che bello.
- Ha perso? Ci sta, fa parte dello sport.
Sembra semplice, vero? Ma non sempre lo è.
Perché quando tuo figlio entra in campo, spesso entrano in campo anche le aspettative del genitore. E allora quella che dovrebbe essere una partita può trasformarsi, senza accorgercene, in un piccolo esame.
E dimmi, a te non è mai capitato? A me sì. Lo ammetto
Le prime volte che portavo Seba e Mattia (i miei due figli ormai grandi) alle gare di nuoto, questo atteggiamento è capitato più volte. Poi – fortunatamente – quella famosa domanda “Come posso aiutare i miei figli nello sport senza trasformarmi nel loro allenatore?” me la sono posta quasi subito.
- Non chiedermi come abbia fatto.
- Come abbia compreso che dovevo pormi quella domanda.
- La verità e che non saprei risponderti.
- Me la sono posta. Punto.
Quello che invece so, è che nessun ragazzo/a dovrebbe sentirsi in dovere di superare un esame per meritarsi l’approvazione di mamma e papà.
Sottolineo: NESSUNO! Nemmeno TUO figlio/a.

Il primo aiuto che puoi dargli? Lasciargli uno spazio
Tuo figlio/a deve poter sentire che quello sport è anche suo.
- Che può appassionarsi.
- Che può scegliere.
- Che può sbagliare.
- Che può cambiare idea.
- Che può avere una giornata fantastica e una giornata da dimenticare.
E soprattutto che può raccontarti quello che prova senza avere paura di deluderti.
La ricerca sullo sport giovanile va proprio in questa direzione: il modo in cui i genitori partecipano conta.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 di (Gao Z. et al.) “The role of parents in the motivation of young athletes: a systematic review”, ha individuato tra gli approcci più favorevoli il sostegno all’autonomia, un coinvolgimento equilibrato e una relazione positiva tra genitore e giovane atleta.
(in fondo al post trovi le fonti scientifiche che ti apriranno gli occhi)
In altre parole: esserci sì. Sostituirsi a lui no. E poi NO!
Prima della gara/partita? Non aggiungere peso allo zaino
Immagina tuo figlio/a prima di una gara o di una partita.
Ha già il suo zaino. Dentro ci sono emozione, agitazione, aspettative, forse anche un po’ di paura.
Se tu aggiungi:
- «Devi impegnarti di più.»
- «Oggi devi far vedere quanto vali.»
- «Mi raccomando, non fare gli errori dell’altra volta.»
- «Questa volta dovete vincere.»
potresti pensare di averlo motivato. Ma magari hai semplicemente aggiunto altro peso (ne ho parlo in questo articolo).
Molto più utile può essere una frase semplice:
- «Divertiti e fai del tuo meglio.»
Oppure:
- «Vai e goditela.»
Sono parole piccole.
Ma a volte sono proprio le parole piccole quelle che lasciano più spazio.
Ho creato una vera e propria guida per genitori su “Cosa dire non dire a tuo figlio nello sport“. Con tanto di Podcast audio, così te lo puoi ascoltare mentre porti tuo figlio/a a fare attività sportiva.
Durante la gara: lascia che sia lui a giocare
Questa è una delle cose più difficili. Lo so.
- Vedi un errore e ti viene spontaneo parlare.
- Vedi una giocata sbagliata e vorresti correggerla.
- Vedi che tuo figlio potrebbe fare qualcosa di diverso e pensi:
“Se solo mi ascoltasse…”
Ma lui è lì per giocare. Probabilmente solo per divertirsi e stare con gli amici. Non per eseguire le tue indicazioni dalla tribuna.
Se l’allenatore sta facendo il suo lavoro, lascia che lo faccia. Tu fai il tuo. E se anche l’allenatore non facesse bene il suo lavoro, tu taci per favore.
Sostieni. Non dirigere.
Perché quando il ragazzo sente continuamente la voce del genitore che corregge, suggerisce, rimprovera o anticipa ogni errore, il rischio è che lo sport smetta di essere uno spazio di libertà e diventi un’altra situazione nella quale deve dimostrare qualcosa.
A chi deve dimostrare qualcosa tuo figlio, a te come genitore?
Ma fammi il piacere e smettila di comportarti da perfetto infantile.
- Lascialo gareggiare.
- Lascialo giocare.
- Lascialo divertirsi.
- Lasciagli persino la possibilità di perdere.
Dopo la gara: la domanda che può cambiare tutto
Arriva il momento più delicato. La partita/gara è finita. Tuo figlio/a viene verso di te. Hai voglia di sapere com’è andata. Ma attenzione. La prima domanda non deve necessariamente essere:
- «Avete vinto?»
E nemmeno:
- «Quanto hai giocato?»
Puoi provare con:
- «Come stai?»
Oppure:
- «Ti sei divertito/a?»
O ancora:
- «Com’è andata per te?»
La differenza sembra piccola. Ma cambia completamente il centro della conversazione. Non stai chiedendo soltanto del risultato. Stai chiedendo di lui. Stai chiedendo di lei.
Ed è questo che conta. Fidati di me: solo questo conta.
Leggi o ascolta la mia guida per genitori sul come parlare a tuo figlio/a. Ti aprirà la mente.
Non devi eliminare ogni difficoltà
Un’altra trappola nella quale possiamo cadere (ed anche in questa, ci sono caduto prima di te) è pensare che aiutare nostro figlio significhi evitargli ogni emozione negativa. Non è così.
- Perdere fa parte dello sport.
- Sbagliare fa parte dello sport.
- Essere delusi fa parte dello sport.
- A volte anche arrabbiarsi fa parte dello sport.
Il tuo compito non è cancellare queste emozioni. È aiutare tuo figlio a viverle senza sentirsi sbagliato. Puoi essere il suo punto di appoggio. Non devi essere il suo telecomando.
E se proprio vuoi aiutarlo a superare le sue paure e a gestire le emozioni, leggi il mio ultimo libro “Gestire le emozioni nello sport“, sta per arrivare il libreria, ma intanto puoi richiedere il primo capitolo gratuitamente.
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Il vero obiettivo non è crescere un campione
Questa, per me, è la parte più importante e vorrei che tu la leggessi con molta attenzione. Puoi farlo, vero? Grazie in anticipo.
Quando accompagniamo un figlio o una figlia nello sport, possiamo facilmente concentrarci sul risultato.
- Quanto è bravo/a?
- Quanto migliora?
- Quante gare/partite vince?
- Fin dove può arrivare?
Ma c’è una domanda che va ben oltre il risultato della partita: che persona sta diventando tuo figlio/a attraverso quello sport?
Sta imparando a perseverare quando tutto sembra crollare? A gestire una sconfitta senza cedere alla frustrazione? A collaborare, a fidarsi dell’altro, a tollerare l’errore come parte del gioco? E ancora: sta conoscendo i propri limiti per superarli, sta imparando a rialzarsi dopo una caduta?
L’anno scorso ho avuto il privilegio di accompagnare Francesco, un giovane giocatore di basket, in un percorso di coaching mentale. Con lui ho fatto ben 9 sessioni, ma una in particolare – interamente dedicata alla sua crescita personale, slegata da qualsiasi risultato sportivo – è rimasta impressa a tutti.
- Nel mio programma, quella lezione è un pilastro: un momento in cui lo sport diventa pretesto per guardarsi dentro.
Fu una delle sessioni più intense e preziose per Francesco. E a ricordarmelo, con un messaggio che conservo ancora, è stato suo papà Giuseppe. Scrivendomi, ha usato parole che racchiudono l’essenza del nostro lavoro:
- “prima di vedere la mail stavamo già parlando con Francesco che mi raccontava un po’… e mi è venuto da dire la stessa cosa… e cioè che la lezione di oggi gli sarebbe servita in generale… anzi serve anche a me.”
È proprio qui il paradosso che voglio sottolineare: allenare la mente, insegnare ai ragazzi a fermarsi e riflettere, non è un accessorio per migliorare il tiro o la concentrazione in gara. È molto di più. È il vero allenamento per la vita.
Perché se impari a conoscerti sul campo, impari a farlo anche fuori. E quel “serve anche a me” di un papà è la prova che la crescita personale non ha età e che lo sport, se vissuto con consapevolezza, diventa un’occasione di trasformazione per tutta la famiglia.
Ecco perché lo sport può essere una palestra straordinaria.
- Non soltanto per il corpo.
- Anche per la mente.
E tu, genitore, hai un ruolo decisivo in tutto questo. Non spingendo tuo figlio verso il traguardo a tutti i costi, ma aiutandolo a costruire dentro di sé qualcosa che resti vivo anche quando il punteggio sarà solo un ricordo.
La medaglia si appanna. Il trofeo prende polvere.
Ma ciò che un ragazzo/a impara su se stesso/a in campo – la resilienza, la pazienza, il coraggio di rialzarsi – quello può accompagnarlo/a per sempre.
Scegli di essere come Giuseppe.
- Non il genitore perfetto, ma quello presente.
- Quello che capisce che il vero allenamento non finisce con il fischio finale, ma continua nella vita di ogni giorno.
Perché la partita più importante, per tuo figlio/a, è quella che giocherà da grande, fuori dal campo
Una domanda da portarti a casa
La prossima volta che tuo figlio/a torna da un allenamento o da una gara, prima di chiedergli:
- «Com’è andata?»
prova a chiederti:
- «Di cosa ha bisogno oggi da me: di un allenatore o di un genitore?»
La risposta, spesso, è già lì.
E forse è proprio questa la differenza tra accompagnare un figlio nello sport e vivere lo sport al posto suo.
Lasciami un commento al post o scrivimi a info@giancarlofornei.com ti risponderò sempre e personalmente.
Un forte abbraccio
Giancarlo Fornei
Domande Frequenti (FAQ) su Genitori e Sport
1. Cosa devo dire a mio figlio subito dopo una gara o una partita?
Evita di fare domande incentrate solo sul risultato («Avete vinto?») o sulle prestazioni tattiche. Chiedigli semplicemente: «Ti sei divertito?» o «Come stai?». Questo sposta la conversazione dal giudizio della prestazione al suo benessere emotivo, facendogli capire che il tuo affetto non dipende dal punteggio tabellone.
2. Perché non dovrei elogiare mio figlio dicendogli “Sei un fenomeno”?
Gridare «Sei un fenomeno!» o elogiare solo il talento innato rischia di creare ansia da prestazione e paura di fallire nelle gare successive. È molto più efficace elogiare il processo e l’impegno (il cosiddetto growth mindset): congratulati per la costanza, la grinta o per non essersi arreso dopo un errore.
3. Come posso sostenere mio figlio senza interferire nel lavoro dell’allenatore?
Il tuo ruolo è offrire supporto emotivo, presenza e ascolto, lasciando la parte tecnica, tattica e la correzione degli errori esclusivamente al mister. Dalla tribuna evita di urlare indicazioni di gioco: lascia a tuo figlio lo spazio e la libertà di giocare, sbagliare e imparare autonomamente sul campo.
Vuoi approfondire queste tre FAQ? Ascolta il Podcast guida che ho creato per voi genitori sul come elogiare i figli nello sport senza creare ansia.
Fonti scientifiche
- Gao Z. et al. (2024), The role of parents in the motivation of young athletes: a systematic review. Pubblicata su Frontiers in Psychology, una rivista scientifica open-access di alto livello, riconosciuta nel campo della psicologia. La revisione sistematica è il “gold standard” della ricerca scientifica, il che rende questa fonte estremamente solida. PubMed – The role of parents in the motivation of young athletes
- Rhodes R.E. et al. (2020), Correlates of Parental Support of Child and Youth Physical Activity: A Systematic Review, International Journal of Behavioral Medicine. Rivista ufficiale della International Society of Behavioral Medicine, specializzata nello studio dei comportamenti legati alla salute e all’attività fisica. Fonte autorevole e solida. PubMed – Correlates of Parental Support
- Holt N.J. et al. (2021), How Do Sport Parents Engage in Autonomy-Supportive Parenting in the Family Home Setting? Nick Holt è uno dei massimi esperti mondiali di psicologia dello sport giovanile e di dinamiche genitoriali nello sport. PubMed – Autonomy-supportive parenting in sport
Cos’è “Allena Mente Sport Facile”?
È il metodo di allenamento mentale ideato dal mental coach di Carrara Giancarlo Fornei per aiutare genitori, allenatori e giovani atleti a sviluppare un’autostima d’acciaio e a vincere nello sport e nella vita.
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- esercizi mentali per bambini, ragazzi e giovani promesse dello sport
- comunicazione genitore‑figlio
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